Buone nuove, almeno sul piano teorico, per quanto riguarda la crescita dell'economia dei paesi dell'Eurozona. Dopo il G20, infatti, i paesi maggiormente industrializzati hanno assicurato un'azione comune per contrastare la crisi economica e favorire la crescita e i posti di lavoro in Europa. Obama e gli altri paesi Brics, per evitare un contagio, hanno fatto prevalere la loro linea, in accordo con Italia e Francia. Una linea che si scontra nettamente con l'austerity invocata dalla Merkel.
La linea seguita durante i lavori del G20 sarebbe quella di un rifinanziamento del Fondo Monetario: si tratterebbe di una misura atta a portare un incremento superiore ai 400 miliardi di dollari. La notizia è stata accolta favorevolmente dalle borse di tutto il mondo, anche se l'entusiasmo è durato solo qualche minuti. Il problema del debito pubblico, infatti, non è un affare esclusivo della Grecia, come hanno dimostrato le reazioni di questi giorni al nuovo insediamento della destra conservatrice e pro-Euro (ovvero: pro Merkel).
Quale futuro per l'Euro?
Il futuro dell'Euro è infatti in mano a Spagna ed Italia, e al loro tentativo di reagire al debito sovrano. In questi giorni, lo spread tra i titoli italiani e i Bund tedeschi, per il periodo di 10 anni, è di circa 450 punti base: il problema è che il tasso di scambio è superiore al 6%. Situazione non molto differente dall'altra nazione in crisi nera, la Spagna, i cui Bonos hanno una resa superiore al 7%: questo sta a significare un'alta percentuale di rischio dei titoli, maggiore di quella già critica dei titoli statali dell'Irlanda.
Tutto ciò porta l'euro a volare basso rispetto al dollaro: attualmente il valore in dollari dell'euro è di 1,2608. A questo va ad aggiungersi il crollo dello Zew tedesco, anche se i mercati non paiono preoccupati da un calo di questo tipo. I postumi del G20 arrivano fino in Asia: Tokyo, dopo aver sforato il margine degli 8700 punti, si è attestata su numeri inferiori per via delle scarse sicurezze offerte dall'Europa: in particolare la crisi spagnola ha determinato un abbassamento della fiducia degli investitori asiatici, nonostante il passo avanti della Grecia post elezioni. Scende anche l'indice Wti relativo al petrolio, scambiato attualmente a meno di 83 dollari. In ribasso anche il Brent, appena sotto la soglia di 96 dollari.