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Trasferirsi in un altro paese europeo per avviare un'attività autonoma significa confrontarsi con sistemi previdenziali profondamente diversi da quello italiano. I contributi per lavoratori indipendenti rappresentano spesso una voce di costo significativa che può variare drammaticamente da una nazione all'altra, influenzando pesantemente la convenienza economica del trasferimento. Se versi 4.000 euro di contributi fissi annui in Italia più una percentuale variabile sul reddito, scoprire che in altri paesi europei potresti pagare meno della metà cambia completamente i tuoi calcoli di fattibilità. La questione non riguarda solo i costi: devi capire quali prestazioni riceverai in cambio, come funziona la totalizzazione dei periodi contributivi tra diversi paesi, e cosa succede alla tua futura pensione.

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Ogni stato membro dell'Unione Europea gestisce autonomamente il proprio sistema di sicurezza sociale, creando differenze sostanziali in termini di aliquote, basi imponibili, prestazioni garantite e flessibilità. Se stai valutando la Spagna come destinazione, oltre a comprendere come ottenere il NIF in Spagna dovrai affrontare il tema della Seguridad Social e dei relativi oneri previdenziali. Questo articolo ti offre un confronto dettagliato tra i principali sistemi europei, evidenziando vantaggi e svantaggi di ciascuno per aiutarti a prendere decisioni informate sulla tua carriera professionale internazionale.

Il sistema contributivo italiano per autonomi

Il modello italiano presenta caratteristiche peculiari che lo rendono tra i più onerosi d'Europa, soprattutto per chi inizia l'attività con fatturati modesti.

Gli iscritti alla gestione separata INPS - che include la maggior parte dei professionisti senza cassa previdenziale dedicata - versano attualmente un'aliquota del 26,23% sul reddito professionale netto. A questo si aggiungono i contributi minimi obbligatori: anche se non produci reddito o fatturi importi bassissimi, devi comunque versare circa 4.200 euro annui di contributi fissi calcolati sul minimale di reddito. Questo meccanismo penalizza fortemente chi è nella fase di avvio.

Per chi aderisce alle casse professionali private (commercialisti, avvocati, ingegneri, architetti) le aliquote variano dal 10% al 18% secondo la categoria, con contributi minimi generalmente inferiori a quelli della gestione separata. Esempio: la Cassa Forense (avvocati) prevede circa 3.500 euro annui di contributi minimi più il 14,5% sul reddito eccedente.

Il sistema italiano offre in cambio:

  • Copertura pensionistica con calcolo contributivo
  • Indennità di malattia (solo per alcune categorie)
  • Indennità di maternità/paternità
  • Assegni familiari
  • Accesso al sistema sanitario nazionale

Un aspetto positivo riguarda il regime forfettario: chi vi aderisce può ridurre i contributi del 35% per i primi cinque anni di attività, pagando effettivamente il 17% invece del 26,23%. Questa agevolazione abbassa significativamente il carico iniziale.

Calcolo pratico del costo contributivo in Italia

Per comprendere l'impatto reale, consideriamo esempi concreti con diversi livelli di fatturato.

Professionista con 30.000 euro di fatturato annuo (regime forfettario, coefficiente di redditività 78%):

  • Reddito imponibile: 23.400 euro
  • Contributi INPS: 4.056 euro (17,05% del reddito)
  • Imposte sostitutive: 1.170 euro (5% del reddito)
  • Totale prelievo fiscale e contributivo: 5.226 euro (17,5% del fatturato)

Professionista con 60.000 euro di fatturato annuo (regime ordinario):

  • Reddito imponibile: 50.000 euro (ipotizzando 10.000 di spese)
  • Contributi INPS: 13.115 euro (26,23% del reddito)
  • IRPEF e addizionali: circa 15.000 euro
  • Totale prelievo: 28.115 euro (47% del fatturato)

Come vedi, salendo di fatturato il peso percentuale aumenta considerevolmente. Chi supera i 85.000 euro di ricavi esce dal forfettario e subisce un salto significativo del carico fiscale-contributivo totale.

Spagna: il modello degli autonomos

Il sistema spagnolo presenta caratteristiche radicalmente diverse, con una struttura di costi fissi indipendenti dal reddito che avvantaggia chi fattura importi elevati ma può risultare onerosa per chi guadagna poco.

Gli autonomi spagnoli versano contributi mensili alla Seguridad Social calcolati su una base imponibile scelta liberamente dal professionista all'interno di un range definito. Nel 2025 le basi vanno da circa 950 euro a 4.720 euro mensili. Scegli tu su quale base contribuire, e questo determina sia quanto paghi sia quanto riceverai di pensione futura.

I contributi mensili si calcolano applicando un'aliquota del 31,2% sulla base scelta:

  • Base minima (950 euro): contributo di circa 296 euro mensili (3.552 euro annui)
  • Base media (1.500 euro): contributo di circa 468 euro mensili (5.616 euro annui)
  • Base massima (4.720 euro): contributo di circa 1.472 euro mensili (17.664 euro annui)

L'aspetto cruciale? Questi importi sono totalmente indipendenti dal fatturato effettivo. Che tu guadagni 20.000 o 200.000 euro, se scegli la base minima paghi sempre 296 euro mensili. Per chi ha redditi elevati questo rappresenta un vantaggio enorme rispetto all'Italia.

Tariffa plana e agevolazioni per nuove attività

La Spagna incentiva fortemente l'avvio di nuove attività autonome attraverso riduzioni contributive progressive chiamate tariffa plana.

Chi apre per la prima volta la Partita IVA spagnola beneficia di questa struttura:

  • Primi 12 mesi: 80 euro mensili (riduzione dell'80%)
  • Mesi 13-18: circa 143 euro mensili (riduzione del 50%)
  • Mesi 19-24: circa 200 euro mensili (riduzione del 30%)
  • Dal 25° mese: contributo ordinario pieno

Condizioni per accedere: non aver avuto partita IVA nei due anni precedenti, non essere Amministratore di società, non assumere dipendenti durante il periodo agevolato. Questa struttura permette di avviare l'attività con costi previdenziali contenutissimi nei primi due anni, facilitando enormemente la sostenibilità iniziale.

Confronto diretto Italia-Spagna per un reddito di 40.000 euro:

  • Italia: contributi di circa 10.492 euro (26,23% del reddito)
  • Spagna (base minima): contributi di 3.552 euro fissi
  • Risparmio: circa 7.000 euro annui

Questo differenziale si amplifica ulteriormente con redditi più alti, rendendo la Spagna particolarmente attrattiva per professionisti ad alto fatturato.

Portogallo e i regimi agevolati per independentes

Il sistema portoghese offre flessibilità interessante e agevolazioni specifiche per chi avvia nuove attività come lavoratore indipendente.

I contributi previdenziali portoghesi si calcolano applicando un'aliquota del 21,4% su una percentuale del reddito che varia secondo il regime fiscale adottato. Nel regime semplificato, i contributi si calcolano sul 70% del reddito effettivo, mentre nel regime di contabilità organizzata sul reddito dichiarato integralmente.

Esenzioni e riduzioni disponibili:

  • Primi 12 mesi di attività: esenzione totale dai contributi
  • Anno 2 e 3: riduzione del 50% dei contributi
  • Anno 4: riduzione del 25% dei contributi
  • Dal 5° anno: aliquota piena

Requisiti: non aver svolto attività autonoma nei 36 mesi precedenti, essere registrato come independente presso la Segurança Social, presentare dichiarazione trimestrale dei redditi. Questa progressività permette di consolidare l'attività prima di affrontare il carico contributivo pieno.

Il regime NHR e i vantaggi previdenziali

Il Portogallo ha introdotto il regime Non Habitual Resident che, oltre ai vantaggi fiscali, influenza anche l'aspetto previdenziale. Chi aderisce al NHR e svolge attività ad alto valore aggiunto può beneficiare di tassazione ridotta mantenendo la piena copertura previdenziale portoghese.

I professionisti NHR che svolgono attività per clienti esteri possono in alcuni casi evitare la doppia contribuzione. Se continui a contribuire volontariamente in Italia, puoi richiedere l'esonero dai contributi portoghesi presentando il certificato A1 che attesta la tua copertura previdenziale italiana. Questo meccanismo richiede coordinamento tra i due sistemi ma può generare risparmi significativi.

Esempio pratico per un consulente IT con 80.000 euro di reddito:

  • Contributi Portogallo (aliquota piena sul 70% del reddito): circa 11.984 euro
  • Contributi Italia (26,23% del reddito): circa 20.984 euro
  • Risparmio annuo: circa 9.000 euro

Germania, Francia e altri sistemi a confronto

Altri paesi europei presentano modelli contributivi con caratteristiche peculiari che vale la pena esaminare per avere un quadro completo.

La Germania utilizza un sistema misto dove i lavoratori autonomi non sono automaticamente coperti dall'assicurazione pensionistica obbligatoria, salvo specifiche categorie professionali. Molti autonomi tedeschi scelgono volontariamente di aderire al sistema pubblico o stipulano assicurazioni private. Chi opta per il sistema pubblico paga contributi calcolati su un reddito forfettario stimato, con aliquote intorno al 18,6% per la pensione più altri contributi per sanità (14-15%). Vantaggio principale: flessibilità nella scelta se e quanto contribuire.

La Francia applica un sistema complesso con diversi enti previdenziali secondo la categoria professionale. Gli auto-entrepreneurs (microimprese) beneficiano di aliquote semplificate intorno al 22% del fatturato per prestazioni di servizi e 12,8% per attività commerciali. Questi contributi sono proporzionali al fatturato effettivo, quindi con zero incassi paghi zero contributi. Soglia massima per rimanere auto-entrepreneur: 77.700 euro per servizi.

I Paesi Bassi prevedono un sistema dove i lavoratori autonomi (ZZP - zelfstandige zonder personeel) non pagano contributi pensionistici obbligatori ma solo un'assicurazione sanitaria privata obbligatoria di circa 1.500 euro annui. Devono però costruirsi autonomamente una pensione integrativa. Questo riduce drasticamente i costi fissi ma richiede disciplina nell'accantonamento per la vecchiaia.

Tabella comparativa dei costi per reddito di 50.000 euro

Per facilitare il confronto, ecco quanto pagheresti in contributi con un reddito annuo di 50.000 euro nei principali paesi:

  • Italia: 13.115 euro (26,23% del reddito)
  • Spagna (base minima): 3.552 euro fissi
  • Portogallo: 7.490 euro (21,4% sul 70% del reddito)
  • Francia (auto-entrepreneur servizi): 11.000 euro (22% del fatturato)
  • Germania (adesione volontaria): 9.300 euro circa
  • Paesi Bassi: 1.500 euro (solo assicurazione sanitaria)

Le differenze sono evidenti: tra Paesi Bassi e Italia parliamo di quasi 12.000 euro annui di differenza, una cifra che impatta profondamente sulla sostenibilità economica dell'attività autonoma.

Totalizzazione contributiva europea e diritti pensionistici

Uno degli aspetti più rilevanti riguarda cosa succede ai tuoi diritti quando hai contribuito in più paesi durante la carriera.

Il regolamento europeo di coordinamento (883/2004 e 987/2009) garantisce che i periodi contributivi maturati in diversi stati membri vengano sommati per determinare il diritto alla pensione. Non perdi nulla di quanto versato: ogni paese ti riconoscerà una quota di pensione proporzionale agli anni lavorati sul suo territorio.

Meccanismo pratico: supponi di aver lavorato 15 anni in Italia come autonomo, poi 10 anni in Spagna e 5 in Portogallo. Al raggiungimento dell'età pensionabile:

  • L'INPS italiano ti pagherà una pensione calcolata sui 15 anni italiani
  • La Seguridad Social spagnola pagherà per i 10 anni spagnoli
  • La Segurança Social portoghese pagherà per i 5 anni portoghesi

Riceverai quindi tre pensioni separate da tre enti diversi, ognuna proporzionale al periodo e ai contributi versati. Il diritto alla pensione si determina sommando tutti i periodi: se servono 20 anni di contributi per la pensione e ne hai 15 in Italia e 6 in Spagna, raggiungi il requisito.

Come richiedere la totalizzazione

La procedura operativa è semplificata grazie al coordinamento europeo. Presenti domanda di pensione nel paese dove risiedi al momento del pensionamento, e quell'ente si occuperà di contattare gli altri paesi per raccogliere i dati contributivi e coordinare l'erogazione.

Documenti necessari:

  • Estratto contributivo di ogni paese dove hai lavorato
  • Certificazioni dei periodi lavorativi
  • Documentazione delle basi contributive utilizzate

Tempi di lavorazione: generalmente 6-12 mesi dalla domanda all'erogazione della prima mensilità. Consiglio pratico: inizia a raccogliere la documentazione almeno 18 mesi prima del pensionamento per evitare ritardi.

Attenzione: le differenze nei sistemi di calcolo possono creare sorprese. Se hai contribuito con basi basse in Spagna per risparmiare, quella quota di pensione sarà proporzionalmente ridotta. La strategia ottimale richiede bilanciamento tra risparmio contributivo immediato e adeguatezza pensionistica futura.

Requisiti fondamentali per il cambio di residenza fiscale

Il trasferimento della residenza fiscale non si limita a una semplice comunicazione amministrativa. L'ordinamento italiano stabilisce criteri precisi che determinano quando un soggetto cessa di essere considerato residente fiscale nel territorio nazionale.

La permanenza fisica costituisce il primo elemento determinante: devi trascorrere meno di 183 giorni all'anno in Italia per non essere considerato residente fiscale. Questo calcolo tiene conto dell'anno solare e include anche le presenze non continuative. Molti professionisti commettono l'errore di sottovalutare questo aspetto, rischiando contestazioni da parte dell'amministrazione finanziaria.

Il secondo criterio riguarda il domicilio e la residenza anagrafica. Non basta iscriversi all'AIRE (Anagrafe Italiani Residenti all'Estero): occorre dimostrare di aver effettivamente trasferito il proprio centro di interessi vitali nel paese estero. Questo significa:

  • Stipulare un contratto di locazione o acquistare un immobile all'estero
  • Aprire conti correnti e servizi bancari nel nuovo paese
  • Ottenere utenze intestate presso l'abitazione estera
  • Trasferire eventuali familiari a carico

Il terzo elemento valuta dove si trova il centro degli interessi economici. Se continui a fatturare prevalentemente verso clienti italiani, mantenendo la maggior parte dei tuoi asset patrimoniali in Italia, l'amministrazione potrebbe contestare il trasferimento. È necessario dimostrare che la tua attività professionale si è realmente spostata all'estero, attraverso contratti, clientela internazionale e operatività concreta nel nuovo paese.

Procedura operativa per la delocalizzazione fiscale

Il processo di trasferimento richiede una sequenza di adempimenti burocratici che vanno rispettati scrupolosamente per evitare sanzioni.

Fase preliminare: prima di partire fisicamente, raccogli tutta la documentazione necessaria. Questo include il passaporto valido, certificati anagrafici, documentazione relativa alla tua attività professionale e eventuali contratti già stipulati nel paese di destinazione. Consulta un commercialista specializzato in fiscalità internazionale per valutare la convenienza effettiva del trasferimento nel tuo caso specifico.

Cancellazione dall'anagrafe italiana: una volta trasferito, entro 90 giorni devi recarti al Consolato italiano competente per territorio e richiedere l'iscrizione all'AIRE. Porta con te un documento che attesti la tua presenza nel paese estero (contratto di affitto, certificato di residenza locale, bollette). Il Consolato provvederà a comunicare la cancellazione al tuo comune di provenienza.

Comunicazione all'Agenzia delle Entrate: presenta il modello specifico per comunicare la variazione di residenza fiscale. Questo adempimento va effettuato tempestivamente per evitare contenziosi futuri. Nella dichiarazione dei redditi dell'anno di trasferimento, dovrai indicare separatamente i redditi prodotti in Italia e quelli prodotti all'estero, calcolando l'imposta dovuta proporzionalmente ai giorni di residenza in ciascun paese.

Apertura della posizione fiscale estera: nel paese di destinazione, richiedi il Codice fiscale locale e registrati presso l'amministrazione tributaria competente. Se intendi continuare la tua attività professionale, dovrai aprire la partita IVA locale secondo le normative vigenti. Ogni paese ha procedure diverse: alcuni richiedono la presenza di un intermediario locale, altri permettono l'apertura autonoma.

Un aspetto cruciale riguarda la continuità della tua attività professionale. Se hai clienti italiani, dovrai gestire correttamente la fatturazione transfrontaliera, applicando le regole IVA per le operazioni intracomunitarie o extracomunitarie a seconda del paese scelto.

Vantaggi tributari e opportunità concrete

Il risparmio fiscale costituisce spesso la motivazione principale dietro la scelta di delocalizzare. Le differenze di tassazione tra Italia e altri paesi possono essere sostanziali, ma occorre valutare l'intera struttura impositiva, non solo l'aliquota nominale.

Confronto delle aliquote fiscali: l'Italia applica un sistema progressivo con aliquote IRPEF che vanno dal 23% al 43%, oltre addizionali regionali e comunali. Paesi come il Portogallo offrono regimi speciali per nuovi residenti con tassazione flat al 20% sui redditi da lavoro autonomo per 10 anni. Malta prevede aliquote ridotte per pensionati e professionisti ad alto reddito. L'Ungheria applica una flat tax al 15% su tutti i redditi, mentre Estonia e Romania presentano sistemi competitivi per le società.

La pianificazione patrimoniale diventa più flessibile quando operi da una giurisdizione con normative favorevoli. Alcuni paesi non tassano le plusvalenze su Investimenti finanziari, altri esentano i redditi da capitale o applicano regimi di patent box vantaggiosi per chi lavora nell'innovazione tecnologica. Considera però che l'Italia mantiene poteri impositivi su determinati redditi di fonte italiana anche per i non residenti: immobili, partecipazioni qualificate in società italiane e pensioni erogate da enti previdenziali nazionali rimangono tassabili in Italia.

Benefici non fiscali: oltre al risparmio tributario, trasferirsi all'estero può offrirti accesso a ecosistemi professionali più dinamici, costo della vita inferiore in molte destinazioni, opportunità di networking internazionale e qualità dei servizi pubblici superiore in alcuni paesi nordeuropei. La diversificazione geografica riduce anche la tua esposizione ai rischi politici ed economici legati a un singolo paese.

Un esempio concreto: un consulente informatico italiano con redditi annui di 80.000 euro che si trasferisce in Portogallo usufruendo del regime NHR (Non Habitual Resident) pagherebbe circa 16.000 euro di imposte contro i 28.000-30.000 che verserebbe in Italia, con un risparmio netto superiore a 12.000 euro annui per dieci anni.

Rischi e criticità da considerare attentamente

La delocalizzazione fiscale nasconde insidie che possono trasformare un'operazione vantaggiosa in un incubo burocratico e legale.

L'esterovestizione rappresenta il rischio principale. Se l'amministrazione finanziaria italiana dimostra che il tuo trasferimento è fittizio e che continui a operare sostanzialmente dall'Italia, dovrai affrontare accertamenti pesanti con sanzioni che possono raggiungere il 200% delle imposte evase, oltre agli interessi. I controlli si sono intensificati negli ultimi anni grazie allo scambio automatico di informazioni fiscali tra paesi.

La doppia imposizione può verificarsi quando entrambi i paesi rivendicano il diritto di tassare lo stesso reddito. Anche se esistono convenzioni bilaterali contro le doppie imposizioni, la loro applicazione pratica richiede competenze specifiche. Potresti dover pagare imposte in entrambi i paesi e poi richiedere rimborsi o crediti d'imposta, con tempi burocratici lunghi e costosi.

Costi nascosti del trasferimento: oltre alle imposte, considera le spese legali e commerciali del trasferimento. Un commercialista specializzato in fiscalità internazionale può costare 2.000-5.000 euro per la consulenza iniziale. Dovrai sostenere costi di traduzione giurata dei documenti, spese notarili per eventuali atti, costi bancari per apertura conti esteri e commissioni su trasferimenti internazionali.

La continuità della copertura previdenziale costituisce un altro elemento critico. Se ti trasferisci in un paese UE, puoi mantenere la totalizzazione dei contributi versati in Italia, ma le regole cambiano per destinazioni extraeuropee. Alcuni paesi non hanno convenzioni previdenziali con l'Italia, rischiando di perdere anni di contribuzione o dover versare doppi contributi.

Infine, valuta l'impatto sulla vita personale e familiare. Trasferirsi comporta adattamento a una nuova cultura, lingua, sistema sanitario e scolastico se hai figli. La distanza da famiglia e amici può pesare più del previsto. Prima di prendere una decisione definitiva, molti professionisti scelgono di trascorrere periodi di prova nel paese di destinazione.

Destinazioni più vantaggiose per professionisti italiani

Ogni paese presenta caratteristiche specifiche che lo rendono più o meno adatto a seconda del tuo profilo professionale e delle tue priorità personali.

Portogallo: il regime NHR attrae professionisti ad alto reddito grazie alla tassazione agevolata del 20% per attività ad alto valore aggiunto. La qualità della vita è elevata, il clima favorevole e la comunità italiana numerosa facilita l'integrazione. Lo svantaggio principale è rappresentato dal costo della vita crescente nelle città principali come Lisbona e Porto.

Spagna: offre un sistema fiscale complesso ma con opportunità interessanti, specialmente per chi fattura sotto determinate soglie. Le regioni applicano aliquote diverse, creando spazi di ottimizzazione. Il regime degli autonomi prevede contributi iniziali ridotti (tariffa plana). La vicinanza culturale e linguistica con l'Italia facilita l'adattamento, mentre il costo della vita rimane accessibile in molte zone.

Romania e Bulgaria: presentano sistemi fiscali molto competitivi con flat tax al 10-15% e costo della vita basso. Ideali per nomadi digitali e professionisti che lavorano online. Gli svantaggi includono barriere linguistiche significative e infrastrutture meno sviluppate rispetto all'Europa occidentale.

Svizzera: per chi ha redditi molto elevati, alcuni cantoni offrono accordi di tassazione forfettaria basati sulle spese di vita anziché sul reddito effettivo. Il sistema richiede però patrimoni considerevoli e non è accessibile a tutti. La qualità dei servizi e la stabilità politica sono impareggiabili.

Estonia: rappresenta la scelta innovativa per chi lavora nel digitale. Il sistema e-Residency permette di gestire un'attività da remoto con burocrazia digitale efficiente. La tassazione sulle società è differita fino alla distribuzione degli utili, creando vantaggi per chi reinveste i profitti.

Bibliografia

  • Francesco Avella - Fiscalità internazionale e diritto tributario
  • Gianluigi Bizioli e Paolo Mastellone - Lezioni di diritto tributario internazionale
  • Andrea Bodrito - La residenza fiscale delle persone fisiche
  • Daniela Izzi - Diritto della previdenza sociale
  • Maurizio Cinelli - Diritto della sicurezza sociale
  • Michele Tiraboschi - Il lavoro autonomo nel diritto italiano ed europeo

FAQ

Quanto tempo prima devo pianificare il trasferimento della residenza fiscale?

Devi iniziare a pianificare almeno 6-12 mesi prima del trasferimento effettivo per raccogliere documentazione, consultare professionisti specializzati e verificare la convenienza economica reale. Una pianificazione adeguata previene errori costosi e contestazioni future da parte dell'amministrazione finanziaria.

Posso mantenere la partita IVA italiana dopo il trasferimento all'estero?

No, una volta trasferita la residenza fiscale devi chiudere la partita IVA italiana e aprirne una nel paese di destinazione. Mantenere la partita IVA italiana dopo il trasferimento costituisce una violazione delle normative fiscali che può comportare accertamenti e sanzioni da parte dell'Agenzia delle Entrate.

Cosa succede ai miei immobili in Italia se trasferisco la residenza fiscale?

Gli immobili rimangono tassabili in Italia indipendentemente dalla tua residenza fiscale. Dovrai continuare a pagare IMU e dichiarare i redditi da locazione o le rendite catastali nella dichiarazione italiana, anche se sei residente fiscale all'estero. Le convenzioni contro le doppie imposizioni generalmente attribuiscono all'Italia il diritto esclusivo di tassare i redditi immobiliari.

Posso scegliere volontariamente di continuare a versare contributi in Italia anche lavorando all'estero?

Sì, puoi continuare l'iscrizione volontaria all'INPS anche se lavori stabilmente in un altro paese europeo. Questo ti permette di mantenere la continuità contributiva italiana, ma devi verificare se questo ti esenta dai contributi obbligatori del paese dove operi. Generalmente richiedi il certificato A1 che attesta la tua copertura previdenziale italiana, evitando la doppia contribuzione per un periodo limitato.

Cosa succede se ho contribuito per pochi anni in un paese europeo?

Anche periodi brevi vengono totalizzati per determinare il diritto alla pensione. Se hai contribuito 3 anni in Francia, quei 3 anni verranno sommati agli altri periodi europei per verificare se raggiungi i requisiti minimi. Riceverai poi dalla Francia una micro-pensione proporzionale a quei 3 anni, che si sommerà alle pensioni degli altri paesi dove hai lavorato più a lungo.

I contributi versati all'estero valgono anche per l'accesso a prestazioni diverse dalla pensione?

Dipende dalla prestazione. Per la pensione vale la totalizzazione completa. Per prestazioni temporanee come malattia o maternità, generalmente sei coperto dal paese dove stai lavorando al momento della necessità. Le prestazioni familiari seguono regole specifiche di priorità. Ogni prestazione ha normative proprie stabilite dai regolamenti europei di coordinamento della sicurezza sociale.

Autore: Laura Perconti

Immagine di Laura Perconti

Laureata in lingue nella società dell’informazione presso l'Università di Roma Tor Vergata, Laura Perconti segue successivamente un Corso in Gestione di Impresa presso l'Università Mercatorum e un Master di I livello in economia e gestione della comunicazione e dei nuovi media presso l'Università di Roma Tor Vergata.